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Ipotesi di complotto

Libertà della rete: in Italia sempre più indietro  

È di oggi la sentenza del tribunale di Milano che condanna alcuni dirigenti Google per la diffusione su Google Video, nel 2006, del video che ritraeva un ragazzo disabile maltrattato da alcuni compagni di scuola.

Insomma Google è stata ritenuta responsabile per il video caricato da un suo utente: è come se, per usare una metafora di Anna Masera de LA STAMPA, la società autostrade venisse ritenuta responsabile per un suo cliente che non sia in possesso della patente.

Google Italia condannata: da oggi siamo meno occidentali e più cinesi

Tutti gli occhi di Internet puntati sul primo processo penale al mondo per la diffusione di contenuti web: la società autostrade non controlla le patenti dei suoi utenti, ma deve farlo il provider su Internet…

[Articolo de LA STAMPA]

La nostra magistratura e i nostri politici non hanno ancora capito cosa sia Internet, come funziona e cosa comporta…

O forse, probabilmente, lo hanno capito fin troppo bene!

Google a seguito della sentenza ha denunciato tramite il suo blog ufficiale i pericoli che sta correndo la libertà della rete in Italia.

Ho tradotto l’appello/denuncia di Google, che segue:


Verso la fine del 2006 alcuni studenti di una scuola di Torino hanno ripreso e poi inviato su Google Video un filmato che li ritraeva mentre facevano i bulli con un compagno autistico. Il video, totalmente riprovevole, lo abbiamo cancellato a poche ore dalla segnalazione da parte della polizia italiana. Abbiamo anche collaborato con la polizia locale per aiutare ad identificare la persona responsabile di averlo inviato, persona che è stata poi condannata a 10 mesi di lavori socialmente utili da un tribunale di Torino insieme a molti altri compagni coinvolti. In questi rari ma spiacevoli casi, il nostro coinvolgimento a questo punto termina.

Ma in questo caso un pubblico ministero di Milano ha deciso di indagare quattro impiegati Google, David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer e George Reyes (che ha lasciato la compagnia nel 2008), per diffamazione e inadempimento del codice italiano sulla privacy. Per essere chiari, nessuno dei quattro impiegati di Google aveva nulla a che fare con questo video. Non comparivano nel video, non erano loro ad averlo registrato, inviato né esaminato. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non erano neanche a conoscenza dell’esistenza del video fino a quando non è stato cancellato.

Ciononostante un giudice di Milano oggi ha condannato 3 dei 4 imputati, David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes, per inadempimento del codice italiano sulla privacy. Tutti e 4 sono risultati innocenti per le accuse di diffamazione. In sintesi questa sentenza significa che gli impiegati di piattaforme di hosting quali Google Video sono penalmente responsabili dei contenuti che gli utenti caricano. Noi faremo appello a questa sconcertante sentenza poiché gli impiegati processati non avevano nulla a che vedere con il video in questione. Durante questo lungo processo hanno mostrato un’ammirevole forza d’animo ed è scandaloso persino che siano stati soggetti a processo.

Ma siamo molto preoccupati di questa condanna per altre ragioni ugualmente importanti. Questa condanna va ad attaccare proprio quel principio di libertà sul quale Internet è costruita. Il senso comune vuole che solo la persona che realizza il video e lo invia sulla piattaforma di hosting possa seguire i passi necessari a proteggere la privacy e ottenere il consenso delle persone riprese. La legge europea è stata realizzata proprio per sollevare i fornitori di hosting da tale responsabilità fin tanto che provvedono a rimuovere il contenuto illegale una volta che questo viene segnalato. La motivazione che ne sta alla base, che condividiamo, è che un meccanismo di segnalazione e cancellazione, come questo, permetterebbe il fiorire della creatività e sosterrebbe la libertà d’espressione. Se quel principio venisse invece spazzato via e siti come Blogger, YouTube e ogni social network ed ogni forum venissero ritenuti responsabili della verifica di ogni singolo pezzo dei contenuti inviati loro — ogni testo, ogni foto, ogni file, ogni video — allora il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici che comporta sparirebbero.

Sono questioni di principio importanti ed è questo il motivo per cui noi e i nostri impiegati ci appelleremo vigorosamente a questa decisione.

Matt Sucherman, VP e Deputy General Counsel – Europe, Middle East and Africa